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MEGLIO TARDI CHE MAI Fidel Castro: “Lui vendeva sogni, la sua gente faceva la fame”

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Un istante, un solo istante prima di pronunciare quel nome, rivolgiamoci con gli occhi della pietà e della memoria a quelle migliaia di morti cubani fucilati come nemici della rivoluzione oppure annegati nel tentativo di liberarsi dal giogo del presunto liberatore. I Miguel, le Belinda, i Carlos.

Fidel Castro è morto ieri nel suo letto, ed è stato molto fortunato. Sono pochi i tiranni che hanno questa sorte. E nessuno che sia stato celebrato come un mito positivo persino da quelli che lui e i suoi barbudos avrebbero volentieri liquidato come reazionari. I telegiornali e i quotidiani, nonché soprattutto il web pullulano di gallerie fotografiche sognanti, per la prima volta il fumo e i sigari non sono accompagnati da scritte evocanti il cancro, ma la poesia e la gloria.

Primeggiano le immagini di Fidel ancora giovane accanto al suo compagnero Ernesto Che Guevara. In realtà i due finirono ben presto per odiarsi. Il Che fu costretto ad andare ad ammazzare e a farsi ammazzare in Bolivia per evitare una triste sorte a Cuba. Anche dopo la sua morte, quando decenni dopo, fu restituita la salma, Fidel Castro non volle fosse seppellito all’Havana per evitare di avere un anti-Papa sotto casa e lo confinò in un mausoleo a Santa Clara.

Fidel Castro aveva sconfitto con l’aiuto persino della Cia il pessimo dittatore Batista. Non era comunista, Fidel, fu convertito al marxismo proprio dal medico argentino vagabondo di nome Guevara. Seppe far sognare i proletari e i contadini di Cuba, detestavano non solo lo sfruttamento cui li sottoponevano i fazenderos ma la decadenza morale rappresentata dal turismo sfrontato degli americani.

Il sogno durò poco. Fidel Castro ridusse l’isola «formosa y linda» a una fattoria di sua proprietà con undici milioni di animali-uomini, dove il 7 per cento di loro, iscritto al partito comunista viveva abbastanza bene, a discapito dei restanti connazionali, senza diritto di parola o di opposizione anche minima. Povertà nera.

Funzionava l’istruzione, quello sì, ma era di tipo totalitario equivalente a un lavaggio dell’anima e del cervello. E i medici erano e sono bravissimi, ma macchinari e cliniche sono dedicate alla cura dei tesserati comunisti e degli stranieri con la grana, per rimpinguare le casse vuote, dopo la fine dell’Unione Sovietica.

So queste cose per la testimonianza di Valerio Riva che conobbe bene Fidel Castro e la realtà di Cuba grazie a molti viaggi e incontri con il leader maximo in compagnia del ricchissimo rivoluzionario Gian Giacomo Feltrinelli. Fidel era l’uomo più ricco del mondo, ed ebbe più donne di Mao, Kennedy e di Rocco Siffredi messi insieme.

Intelligente e furbo, ed un po’ timoroso di Dio e memore dell’educazione religiosa ricevuta, negli ultimi anni il vecchio barbudos ha avuto un rapporto privilegiato con i Papi. C’ero nel 1998 quando arrivò Giovanni Paolo II, e il popolo mostrò di prediligere il polacco al divo locale. Il quale liberò alcune centinaia di prigionieri politici. Piano piano il regime si è aperto, più nell’apparenza che nella sostanza della libertà politica ed economica. Tant’è vero che il successore è Raul Castro, che è stato eletto con un voto democratico assai libero e unanime: quello di suo fratello.

Lo scrittore russo Solzenicyn racconta questo episodio del Gulag sovietico alla morte di Stalin: gli “zek”, i prigionieri politici, furono radunati dal capo delle guardie che diede l’annuncio. La bocca dei galeotti mostrò i loro rari denti nel più splendido dei sorrisi. Furioso il comandante ordinò: giù il cappello! Allora lo lanciarono in alto all’uso russo delle feste. In Italia Togliatti e Nenni e Napolitano piansero a calde lacrime. Così oggi accade in Italia. Lacrime di Minà e dei vari cumpà. Noi invece salutiamo Fidel con un bicchiere di rum cubano: alla salute!

di Renato Farina

http://www.liberoquotidiano.it/

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